
Con All I Wanna Do, Don Jio racconta la magia di un innamoramento, quel momento in cui una persona diventa il pensiero fisso che può cambiare la vita. La versione originale del brano, acustica e minimale, con due pianoforti, archi e basso, mette in risalto la delicatezza delle emozioni. Accanto a questa, l’artista propone tre remix: dance da club, funky pop radiofonico e uno più innovativo firmato dal DJ Chus Durán.
Nell’intervista, Don Jio ripercorre il suo percorso musicale, dall’infanzia tra pianoforte e canto, alla scoperta della dance e della house, fino alla scelta di interpretare le proprie canzoni. Racconta di come le melodie nascano spontanee e i testi siano sempre legati a emozioni vissute: storie d’amore, fragilità, delusioni e momenti di crescita personale.
All I Wanna Do è quindi un invito a vivere le emozioni con intensità, lasciando che la musica racconti ciò che le parole da sole non bastano a esprimere.
C’è un momento specifico che ricordi come l’inizio della tua carriera musicale?
Ho suonato il pianoforte e cantato sin da bambino, ma un vero punto di partenza può essere considerato intorno ai 25 anni, quando ho cominciato a frequentare il mondo della notte. Era in corso una rivoluzione dentro di me: avevo appena finito l’università e sentivo il bisogno di bilanciare la mia vita divertendomi.
Ero un artista che non stava facendo musica — facevo tutt’altro, un po’ perché sono uno che porta a termine ciò che inizia, un po’ per rendere felice la mia famiglia. Ma avevo una gran voglia di evadere.
Frequentando le discoteche mi sono infatuato della musica house e della dance. Ho iniziato a conoscere DJ che, sapendo che studiavo musica, mi hanno proposto di scrivere melodie per altri cantanti. Da lì è nato il mio primo disco, una canzone scritta da me ma interpretata da altri — poi un’altra, e un’altra ancora.
Il passo successivo è stato cantare io stesso una mia canzone su una base creata da un DJ. Così sono nate le prime collaborazioni, i primi vinili. Pochi anni dopo ho incontrato il DJ e produttore Dariush, e da lì il fare musica è diventato per me non più solo un hobby, ma lo scopo della mia vita.
Da dove trai principalmente ispirazione per le tue canzoni?
Le mie canzoni nascono da sole. A volte, in momenti casuali, mi viene in mente una melodia che registro subito sul telefono per poi svilupparla al pianoforte. Altre volte decido semplicemente di scrivere, mi lascio andare e qualcosa emerge sempre. Scriverei canzoni continuamente.
Mi è perfino capitato di sognarne una: nel sogno mi chiedevo se fosse davvero mia o se esistesse già. Sono riuscito a svegliarmi, ho preso il telefono e il pianoforte per fissare melodia e accordi, e poi sono tornato a dormire. Quella canzone si chiama *Who We Are* ed è uscita circa un anno fa.
E per quanto riguarda i testi?
Di solito li scrivo dopo aver creato melodia e armonia. Decido a cosa voglio dedicare la canzone — un amore, una delusione, un’amicizia — qualcosa che in quel momento mi tocca da vicino. I testi sono quindi più ragionati: parto sempre da una domanda, da un sentimento o da un pensiero che voglio condividere. La dedico a qualcuno che, in qualche modo, se la merita. 
Ci sono temi o messaggi ricorrenti nelle tue canzoni?
Sì, parlo spesso di storie d’amore. L’emozione è una componente fortissima nella mia vita: mi lascia sempre tante domande e cerco, attraverso la musica, di darmi delle risposte.
Le mie canzoni raccontano delusioni, tradimenti, illusioni, difficoltà di comunicazione, paura di amare o di aprirsi. Racconto amori che nascono e finiscono, la fragilità dei sentimenti.
Ho anche altri temi a cui tengo molto. Ad esempio, nel mio prossimo singolo *Way Out*, che uscirà fra un paio di mesi, parlo di diversità e incomprensione. È un po’ la storia di me adolescente, quando mi sentivo diverso da tutti, quasi sbagliato. Racconto la difficoltà di crescere in un ambiente dove, per colpa di una mentalità limitata, si viene presi in giro — quello che oggi si chiama bullismo.
Anche a scuola era difficile concentrarsi o rendere, mentre vedevo gli altri andare bene dicendo banalità. Ti chiedi: “Perché io sono così complicato?”. Parlo di quanto sia difficile essere se stessi, e di come a volte si rischi di perdersi. Si cresce sentendosi sbagliati, senza sapere come esprimere la propria personalità, volendo fare grandi cose ma senza fiducia in sé — fiducia che gli altri non ti hanno mai dato, spesso solo perché non avevano gli strumenti o l’educazione per capirti.
A me, alla fine, è andata bene: me ne sono andato in una città più grande e ho cominciato a ricevere le mie conferme. Non ero per niente sbagliato!
Con questa canzone voglio trasmettere speranza. Il tempo aiuta a trovare la propria via d’uscita, una via che parte da dentro di noi. Un giorno, chi oggi si sente diverso capirà che proprio la diversità è la sua forza. Non bisogna piacere a tutti: bisogna trovare il proprio posto, le proprie persone — e allora sarà una vita meravigliosa. Certo, non tutti possono andarsene, ma quello che voglio comunicare è comprensione, conforto e speranza.
Quali artisti o generi musicali ti hanno influenzato maggiormente?
Sono cresciuto ascoltando Vasco Rossi, Madonna — e tutte le sue evoluzioni — e le Bangles. Poi i Cranberries, Jeff Buckley, i Radiohead…
Mi ha sempre affascinato il modo di scrivere e cantare di Linda Perry (Four Non Blondes), che ha collaborato con tantissimi artisti. Potrei nominare molti cantanti: ogni giorno, al pianoforte, canto spartiti di vari artisti — interi album o canzoni sparse, insieme alle mie composizioni. Alicia Keys è spesso sul leggio del mio pianoforte: la canto e l’ascolto da sempre.
Mi sono sempre piaciute anche Nelly Furtado e Alanis Morissette… potrei citare cinquanta artisti!
Ho viaggiato molto, e questo mi ha permesso di entrare in contatto con la musica latina e sudamericana — un universo sonoro incredibile, che spesso non arriva fino a noi, di certo non a Berlino dove vivo.
Può sembrare curioso, ma ascolto anche *mantra music*: ho scoperto la musica new age spirituale e la world music, canzoni che durano anche dieci minuti, in cui la ripetizione dei mantra e le sonorità magiche ti fanno davvero stare meglio. Ho avuto momenti difficili nella mia vita, e la musica mi ha realmente aiutato. Ascolto anche musica ambient come sottofondo a casa.
Ecco perché, a volte, le mie canzoni sono un po’ lunghe: si sviluppano lentamente, come la musica che ascolto.
Poi jazz, bossa nova… In sintesi, ascolto un po’ di tutto.
Come valuti la tua evoluzione artistica nel corso degli anni?
Ho imparato tantissimo. Sono partito dal pianoforte, poi sono passato al computer e ho imparato a creare tutti gli strumenti: a mettermi nei panni di un chitarrista, di un batterista, di un violinista, oltre che di un cantante.
Ho imparato a sintetizzare, a dare una struttura più pop alle canzoni. Ultimamente ho anche scritto una canzone in spagnolo: la mia sperimentazione non si ferma. Ho fatto musica dance, poi pop elettronica, ora qualcosa di più acustico e profondo, a modo mio. Chissà in futuro!
Negli anni ho capito come arrivare alle soluzioni che cerco: elaborare le idee, strutturare i brani, usare i software per realizzarle, capire i plug-in che utilizzo, costruire suoni, registrare, arrangiare.
Fare tutto da solo significa imparare a fare un’infinità di cose: dai video ai look, dai photo shooting alle copertine.
Oggi mi sento davvero una piccola fabbrica di canzoni.
Le ultime due che ho scritto mi fanno percepire quanto sono cresciuto: sono più mature, più eleganti, più consapevoli. Le esperienze della mia vita si sentono nella mia musica.
Qual è la tua canzone preferita da eseguire dal vivo e perché?
Dal vivo mi piace molto esibirmi suonando il pianoforte. A volte le emozioni sono così forti che mi commuovo mentre canto. È anche rischioso, perché basta poco per perdere la concentrazione e dimenticare parole o note.
Non ho una canzone preferita mentre suono: amo un po’ tutto quello che ho scritto.
Da dove è nata l’idea per il tuo nuovo singolo?
Stavo scrivendo una canzone per un altro artista, ma la base musicale non mi convinceva. Tuttavia, quel lavoro ha stimolato la mia creatività e mi ha portato a inventare delle melodie nuove: stava nascendo, quasi per caso, un altro brano.
L’ho poi raffinato e dedicato alla storia d’amore che stavo vivendo in quel momento. È un brano pieno di emozione, di quella gioia che provi quando una relazione funziona e ti senti completamente immerso in essa.
Parla di quel sentimento che ti fa dimenticare tutto il resto, come se nulla fosse più importante: intenso, fragile, ma bellissimo da vivere.
Può sembrare curioso, ma è nata prima la versione *dance* che quella *acustica*! In quel periodo avevo voglia di far ballare, stavo letteralmente ballando nella mia allegria. Solo in un secondo momento ho deciso di creare anche la versione con i violini, quella che sto presentando come *original version*.
Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro in termini di carriera musicale?
Mi piacerebbe arrivare a più persone con la mia musica, essere conosciuto e seguito. Mi sto affidando a un’agenzia di promozione per aiutarmi con la parte pubblicitaria, perché non ho molta voglia di passare la vita sui social — anche se può sembrare il contrario — quindi mi fa comodo avere indicazioni su cosa pubblicare.
Spero che, con il supporto giusto, possa ampliare il mio pubblico e arrivare a costruire un progetto live con altri musicisti, che apportino qualità a ciò che creo da solo nelle mie “scatoline” — così chiamo la mia scheda audio e il mio Mac mini, da cui nasce tutto il mio mondo musicale.
Vorrei quindi collaborare di più con altri artisti: ho appena pubblicato il mio album solista, fatto tutto da solo, che rappresenta pienamente me stesso e il mio sound. Sono soddisfatto. Non avevo un obiettivo preciso: volevo solo scrivere la musica che mi sarebbe piaciuto ascoltare in quel momento. Ora posso aprirmi alle collaborazioni.
Ho da poco fatto remixare *All I Wanna Do* da un DJ spagnolo: ha dato alla canzone un nuovo punto di vista, e questo mi ha fatto capire quanto sia bello contaminarsi con altri stili.
In futuro vorrei continuare così: collaborare, sperimentare, imparare ancora.
Scrivere lo spartito musicale è ciò che amo di più: creare lo scheletro, l’anima della canzone — testo, note e accordi. Poi può diventare qualsiasi cosa: una ballad jazz, un brano reggaeton, rock o dance. Mi piacerebbe sentire le mie canzoni in tante versioni diverse. Credo che questa sarà la mia strada.




