Alla fine Anan Khalaili non diventerà un calciatore dell’Inter. Il laterale destro dell’Union Saint-Gilloise, che a Milano avrebbe raccolto l’eredità di Denzel Dumfries nel frattempo trasferitosi al Real Madrid, non ha superato le visite mediche. Molto chiare le spiegazioni del presidente nerazzurro Beppe Marotta, tra il criptico e lo sprezzante le parole social del diretto interessato. Ma una domanda sorge spontanea: per quale motivo possibili problemi al cuore – perché di questo si tratta – rappresentano un freno all’attività agonistica in Italia, mentre altrove no? La risposta esiste ed è estremamente precisa. Non si tratta peraltro di una novità, dato che proprio la Beneamata presenta un tal senso un lungo filo di congiunzione che accorpa situazioni simili e diverse lungo 30 anni di storia.
Partiamo dall’ultimo capitolo della saga: la vicenda Khalaili. «Non ha superato le visite mediche. La decisione è del CONI, e noi ci dobbiamo attenere a una situazione di forza maggiore come questa», ha affermato Marotta. Qui bisogna riavvolgere il nastro su ciò che è successo da venerdì 10 luglio in poi. L’accordo era totale, la cifra di 25 milioni di euro più bonus da versare all’Union Saint-Gilloise anche. L’Istituto di Medicina dello Sport del CONI ha però richiesto un supplemento di accertamenti, in seguito al quale ha negato al giocatore il rilascio dell’idoneità sportiva. Non è quindi più possibile il trasferimento all’Inter, o a qualsiasi altro club italiano. «Può capitare che odiate qualcosa che per voi è un bene. E può capitare che adoriate qualcosa che per voi è un male», ha commentato lui in un messaggio quantomeno sibillino sulle Instagram Stories. Il fatto è che la sua carriera potrà proseguire: siamo quindi di fronte a una superficialità estera o un eccesso di cautela nostrano?
Paolo Zeppilli, già Professore Ordinario di Medicina dello Sport divenuto nel frattempo cardiologo dello Sport e medico della FIGC, ha inquadrato con chiarezza la situazione alla «Gazzetta dello Sport» «Le società di Serie A – ha ricordato – devono rispettare le leggi italiane per ingaggiare un giocatore. Dal 1982 il Ministero della Sanità prevede una visita medico-sportiva agonistica, nel 1995 agli esami per l’idoneità agonistica si aggiungono le prove da sforzo massimale e l’ecocardiogramma. In Inghilterra, per esempio, le visite sono altrettanto sistematiche ma il giocatore si assume in prima persona la responsabilità delle sue azioni. In Italia invece non è così, pur con tanti difetti si mette al primo posto l’incolumità dell’atleta. Qualcuno lo chiamerà un sistema paternalistico, ma la protezione è ai massimi livelli per i calciatori e anche le loro società. La nostra è una scelta di vita, etica». E guarda caso i precedenti che riguardano l’Inter sono numerosi.
Proprio il confronto con l’Inghilterra non può che far pensare a Christian Eriksen, il talentuoso centrocampista danese che dopo aver contribuito allo scudetto del 2021 perse drammaticamente i sensi ai successivi Europei. La necessità di impiantargli un defibrillatore cardiaco sottocutaneo lo costrinse a lasciare l’Inter, proprio perché non più in possesso dell’idoneità sportiva per decisione dell’Istituto di Medicina dello Sport del CONI. Ciò non gli ha impedito di riprendere a giocare dal gennaio 2022, dapprima al Brentford e poi al Manchester United. Ossia due club della Premier League inglese. Passato nel frattempo ai tedeschi del Wolfsburg, il 7 giugno 2026 ha subito un nuovo arresto cardiaco in campo sopravvivendo proprio grazie al defibrillatore sottocutaneo. Nonostante tutto ha dichiarato di non volersi ancora ritirare: se ovunque si applicasse il sistema italiano, questa prospettiva sarebbe letteralmente impossibile.
Ma l’Inter ha avuto a che fare con situazioni simili anche in passato. Il caso più celebre è probabilmente quello di Nwankwo Kanu, che nel 1996 era considerato forse il giovane attaccante più promettente dell’intero panorama mondiale. Reduce da tre campionati olandesi vinti con l’Ajax, uniti alla Champions League 1995 e l’oro olimpico 1996 con la sua Nigeria, divenne nerazzurro nell’estate del suo ventesimo compleanno scoprendo però una disfunzione cardiaca congenita proprio durante le visite mediche. L’allora presidente Massimo Moratti gli pagò personalmente l’intervento chirurgico per la sostituzione di una valvola aortica e, dopo tre anni trascorsi più in clinica che in campo, l’altissimo attaccante si trasferì nella «solita» Inghilterra per diventare una bandiera dell’Arsenal e poi un solidissimo rinforzo per West Bromwich Albion e Portsmouth. Si ritirò solo nel 2012: senza il passaggio a Milano, forse, i suoi problemi di salute non sarebbero mai emersi.
Meno nota, ma pericolosamente simile a quella di Kanu, fu la vicenda di Khalilou Fadiga. Velocissima ala sinistra che divenne una delle rivelazioni dei Mondiali 2002 con la maglia del Senegal, anche lui fu ingaggiato dall’Inter di lì a poco. Era il 2003, anno in cui nel corso delle rituali visite mediche si scoprì che soffriva di aritmia cardiaca sotto sforzo. Anche qui il protocollo fu il solito: idoneità fisica negata, surplus di visite specialistiche e operazione chirurgica diversi mesi dopo per risolvere i problemi al cuore del giocatore. Solo a questo punto, ecco l’altrettanto rituale trasferimento in Inghilterra: nel suo caso al Bolton e poi al Derby County e al Coventry City. Stavolta, però, senza mai riuscire a confermare le ottime prestazioni fornite a inizio carriera. Ma poco importa: a fronte di rischiare tragedie in campo, come quelle che sono costate la vita a Marc-Vivien Foé, Antonio Puerta, Piermario Morosini e ancora negli anni ’70 Renato Curi, o momenti di terrore come quelli che fortunatamente hanno risparmiato Lionello Manfredonia, il già citato Eriksen e più recentemente Edoardo Bove o Evan N’Dicka, è sacrosanto mettere il cuore davanti a tutto. Anche al calcio.




