Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha raggiunto e superato gli obiettivi numerici per l’espansione degli housing universitari in Italia, con oltre 63.200 nuovi posti letto tra quelli già disponibili e quelli previsti entro il 2027. Tuttavia, un’analisi dell’Osservatorio ABBAC evidenzia che l’aumento dell’offerta non garantisce automaticamente l’accessibilità economica degli alloggi per tutti gli studenti.
Un caso emblematico è quello del CX Naples Centrale, a Napoli, dove nella stessa struttura convivono posti convenzionati per studenti meritevoli e privi di mezzi che costano tra i 254 e i 278 euro al mese, e stanze commerciali promosse a prezzi che partono da 640 euro fino a oltre 1.000 euro, tutte con servizi inclusi. Questa situazione crea due mercati distinti nello stesso edificio, separando le fasce sociali in modo netto.
Secondo ABBAC, il criterio di calmierazione dei prezzi previsto dal PNRR, che impone solo uno sconto minimo del 15% rispetto al mercato, è insufficiente in un contesto dove i canoni medi nelle città universitarie italiane sono elevati (ad esempio 729 euro medi a Milano e 609 a Roma). Lo sconto percentuale, infatti, non considera il reddito reale delle famiglie, né parametri come l’ISEE, il numero di figli studenti o la durata del corso universitario, risultando quindi inefficace nel garantire un diritto allo studio realmente accessibile.
Agostino Ingenito, presidente di ABBAC, sottolinea che senza prezzi legati ai redditi, l’accesso all’università rischia di rimanere dipendente dalle capacità economiche delle famiglie, con costi potenzialmente vicini agli 8.000 euro all’anno soltanto per l’alloggio.
L’analisi mette inoltre in rilievo il ruolo fondamentale dei piccoli proprietari privati nel mercato delle locazioni studentesche. Questi offrono spesso soluzioni più economiche rispetto agli studentati all inclusive, pur sostenendo costi rilevanti e rischi propri. ABBAC propone di integrare l’offerta pubblica con un sistema di accreditamento per le case private con contratti trasparenti, garanzie pubbliche e incentivi fiscali, come la cedolare secca al 5% e un fondo di garanzia per la morosità.
Le proposte avanzate all’autorità politica comprendono anche l’aumento dal 30 al 50% della quota di posti sociali negli studentati finanziati pubblicamente, la definizione di un tetto massimo di canone rapportato all’ISEE e la creazione di un sistema comunale o universitario di alloggi accreditati con criteri omogenei ma differenziati a livello territoriale. ABBAC suggerisce anche un credito d’imposta rimborsabile per le famiglie con spesa graduata in base all’ISEE e una soglia specifica per l’alloggio universitario che tenga conto del numero di figli fuori sede.
L’Osservatorio rimarca infine la necessità di data pubbliche dettagliate sui canoni effettivi, l’occupazione e le rinunce per motivi economici, per calibrare politiche più efficaci e garantire veramente il diritto allo studio.




