Il presidente della Fifa che volge lo sguardo dall’altra parte quando l’arbitro somalo Omar Artan si vede negare il visto per l’ingresso nel territorio statunitense per un caso di omonimia con un leader di un gruppo militare somalo. E poi si permette di prendersi gioco dell’Italia, una Nazionale che (è vero) non si qualifica alla fase finale da tre edizioni ma conta pure quattro successi iridati e ha fatto la storia del calcio pure perdendo dal Brasile di Pelé quando c’era in palio la Rimet e ai rigori proprio negli USA sempre con i verdeoro. Gianni Infantino ha varato la fase finale del Mondiale a 48 squadre e pensa che per avere l’Italia ci sarebbe bisogno di salire a 64 o forse – dice con malcelato sarcasmo – a 228. Una battuta infelice accompagnata da una grassa risata. Grassa non grossa. La derisione non è ammissibile per chi è al vertice della federazione mondiale, nei confronti di nessuno. Respect è uno dei dettati fermi del movimento calcistico e Infantino vi ha rovesciato sopra inchiostro malevolo. Dovrebbe essere consapevole di non avere alcun diritto di affondare il coltello nella coscienza di un Paese che sta facendo ammenda degli errori che hanno portato ancora una volta all’esclusione della propria Nazionale, ma certamente in grado di ripartire con le capacità e le competenze che è in grado di esprimere. Ci saremmo aspettati parole di rammarico per l’assenza e l’augurio che l’Italia possa tornare protagonista. E pensare che all’Atzeca in tribuna aveva dietro di sé Roby Baggio. Poi le parole che non ti aspetti: da Infantino a Infantile.
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