(PRIMANOTIZIE) TARANTO – Una nuova emergenza occupazionale investe l’ex Ilva e l’intero sistema produttivo di Acciaierie d’Italia. La società in amministrazione straordinaria ha comunicato l’avvio della procedura per estendere la cassa integrazione straordinaria dagli attuali 4.450 a un massimo di 8.622 lavoratori, su un organico complessivo di 9.626 dipendenti. La misura è prevista fino al 28 febbraio 2027, salvo eventuali proroghe.
Una decisione che coinvolge quasi il 90% della forza lavoro del gruppo e che trova origine nel provvedimento della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio, con il quale è stata ordinata la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto.
Il fermo degli impianti sta producendo conseguenze anche sugli altri stabilimenti italiani, imponendo ai commissari straordinari una revisione dell’organizzazione industriale e una drastica riduzione dei costi.
Ex Ilva, quasi 7mila lavoratori in cassa integrazione a Taranto
La quota più consistente dei lavoratori potenzialmente interessati dalla Cigs riguarda lo stabilimento di Taranto, dove la procedura potrà coinvolgere fino a 6.964 dipendenti su un totale di 7.875.
Ma le conseguenze della sospensione produttiva si estendono all’intera rete industriale di Acciaierie d’Italia.
A Genova la richiesta riguarda fino a 870 lavoratori su 917, mentre a Novi Ligure sono 515 i dipendenti potenzialmente interessati su un organico di 542.
La procedura coinvolge inoltre 117 lavoratori a Milano, 70 a Racconigi, 45 a Marghera, 23 a Paderno e 18 a Legnaro.
Complessivamente, 8.622 dipendenti potrebbero essere collocati in cassa integrazione, mentre altri 1.004 resteranno in servizio per garantire la custodia degli impianti, gli adempimenti amministrativi e ambientali e le attività indispensabili alla continuità operativa.
Si tratta del numero massimo previsto dalla procedura, non necessariamente del personale che sarà contemporaneamente sospeso dal lavoro.
La decisione della Corte d’Appello e il ricorso in Cassazione
Alla base della richiesta c’è il decreto della Corte d’Appello di Milano del 27 luglio, che ha disposto la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto.
Il provvedimento è stato impugnato da Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria e Ilva in amministrazione straordinaria.
L’udienza davanti alla Corte di Cassazione è fissata per il 20 ottobre, una data particolarmente importante per il futuro dell’attività industriale.
Nella comunicazione inviata al Ministero, i commissari straordinari Giovanni Fiori, Giancarlo Quaranta e Davide Tabarelli spiegano che l’esecuzione dell’ordine giudiziario risulta incompatibile con l’attuale organizzazione produttiva.
«Il non dilazionabile adempimento dell’ordine giudiziale risulta essere incompatibile, allo stato, con il layout della società», si legge nel documento.
La sospensione della produzione impone quindi, secondo i commissari, l’adozione immediata di un nuovo piano operativo.
Impianti fermi dal 9 ottobre, bloccati gli ordini delle materie prime
Le conseguenze del provvedimento giudiziario hanno iniziato a manifestarsi concretamente dal 9 ottobre, quando è scattata la sospensione degli impianti funzionali alla produzione di bramme e coils.
Il blocco ha determinato quella che i commissari definiscono un’«improcrastinabile necessità della rimodulazione degli assetti aziendali».
La riduzione delle attività produttive a Taranto ha infatti ripercussioni progressive anche sulle lavorazioni effettuate negli altri stabilimenti del gruppo, che dipendono dalla disponibilità dei semilavorati provenienti dall’area a caldo.
Acciaierie d’Italia ha inoltre disposto la revoca degli ordini di approvvigionamento delle materie prime non più compatibili con il fermo produttivo.
Una scelta finalizzata a contenere i costi e salvaguardare l’equilibrio economico della gestione durante questa fase di incertezza.
Gli impianti mantenuti in condizioni di riscaldo
Nonostante la sospensione produttiva, gli impianti non sono stati definitivamente dismessi.
I commissari hanno disposto il mantenimento delle strutture in condizioni di «riscaldo», per evitarne il deterioramento e preservare la possibilità di una ripresa delle attività qualora venissero meno gli impedimenti giudiziari.
L’obiettivo dichiarato è mantenere sostenibile la gestione di Acciaierie d’Italia durante la procedura di cessione degli asset produttivi.
Una strategia che passa attraverso una drastica riduzione dei costi, ma che apre inevitabilmente interrogativi sulle prospettive occupazionali e sulla continuità industriale del gruppo.
La sospensione dei lavoratori sarà definita in base alle esigenze tecnico-produttive dei singoli stabilimenti.
I commissari hanno intanto chiesto al Ministero l’avvio urgente dell’esame congiunto con le organizzazioni sindacali.
Fim Cisl: «La nuova cassa integrazione non è una sorpresa»
La decisione di Acciaierie d’Italia ha provocato la reazione delle organizzazioni sindacali.
Per Valerio D’Alò, segretario nazionale della Fim Cisl con delega alla siderurgia, l’estensione della cassa integrazione era una possibilità già emersa nel confronto con le istituzioni.
«Le lettere di avvio della nuova Cigs non rappresentano una sorpresa: era un tema già discusso con le istituzioni, e i lavoratori erano stati informati della possibilità di questa nuova procedura a fronte delle incertezze legate alle decisioni della Corte di Cassazione», afferma il dirigente sindacale.
La Fim Cisl riconosce le difficoltà della fase attuale, ma richiama la necessità di salvaguardare il maggior numero possibile di posti di lavoro.
«Abbiamo ottenuto importanti tutele per i lavoratori e il loro indotto nell’ultimo decreto approvato dal Consiglio dei ministri, ma sappiamo che ci sono molti aspetti da migliorare», sottolinea D’Alò.
«L’unico modo per uscire dalla Cigs è creare lavoro»
Per il sindacato, la questione centrale non riguarda soltanto gli ammortizzatori sociali, ma soprattutto la capacità di garantire un futuro produttivo agli stabilimenti.
«Abbiamo lavorato e continueremo a lavorare per garantire una continuità occupazionale, anche nelle aree a freddo, proprio perché sappiamo che l’unico modo per uscire dalla Cigs è attraverso la creazione di lavoro», spiega D’Alò.
La Fim Cisl chiede quindi che la gestione della crisi sia accompagnata da misure concrete per sostenere l’occupazione e individuare soluzioni industriali sostenibili.
«È un momento difficile, ma dobbiamo rimanere uniti e concentrati su soluzioni concrete e sostenibili, affinché i lavoratori non siano lasciati soli in questo percorso».
La priorità, conclude il segretario nazionale, deve restare «il sostegno all’occupazione e la ricerca di alternative valide che garantiscano un futuro a tutti».
Il futuro dell’ex Ilva passa dalla Cassazione
La nuova richiesta di cassa integrazione rappresenta un ulteriore passaggio nella complessa crisi dell’ex Ilva.
Il fermo dell’area a caldo di Taranto non incide soltanto sul principale polo siderurgico italiano, ma coinvolge direttamente gli stabilimenti collegati e migliaia di lavoratori distribuiti in diverse regioni.
L’attenzione si concentra ora sull’udienza del 20 ottobre in Cassazione, mentre resta aperto il confronto tra commissari straordinari, governo e sindacati.
La sfida sarà conciliare il rispetto dei provvedimenti giudiziari, la tutela ambientale, la sostenibilità economica e la salvaguardia dell’occupazione.
Con 8.622 lavoratori potenzialmente interessati dalla cassa integrazione, la crisi di Acciaierie d’Italia assume una dimensione che riguarda l’intera filiera siderurgica nazionale. (PRIMANOTIZIE)


